Oh my sweet nothing.

(via -draft-)

Se siedo nel silenzio del vento, la sera, mi vedo così, nel futuro, a guardare il cielo e pensare. Chissà forse che non avrò anche combinato qualcosa con il tempo che ho avuto a disposizione. Anche se penso mi sentirei un po’ come Montale, il quale, consapevole che nella vita trionfano solo gli imbecilli, il giorno in cui ricevette il Nobel temette d'esserlo diventato pure lui.

(Source: ghorless, via -draft-)

Ho il brutto vizio di scrivere stronzate che hanno spesso senso soltanto nella mia testa. Per di più non sono solito commentare la situazione politica italiana - cosa troppo facile, in questo periodo -, né quella calcistica.

Ad ogni modo, non ho seguito la vicenda, ma dal mio canto posso solamente ironizzare sull'ipocrisia velata dietro alla “svendita degli ideali sportivi al dio denaro”; grazie Capitan Matteo, menomale che ci sei tu a ricordarcelo. Perché apprezzare che per la prima volta in Arabia le donne potranno entrare in uno stadio ospitante una competizione internazionale senza l'obbligo dell'accompagnamento di un uomo, quando puoi seminare qualche consenso facile facile con una dichiarazione - per l'amor del cielo, magari anche sensata entro certi contesti - trita e giá sentita da chiunque. Sì, perché ricordo che la FIGC ha siglato un contratto sperando che in Arabia - paese dove la componente di immigrati italiani economici ed industriali é molto forte - si amplino gli orizzonti verso il calcio italiano ed estero attirando possibili finanziatori.

Chiaro che il calcio fa fare soldi, non lo metto in dubbio, e sono in prima linea a difendere la spettacolarità del buon calcio davanti a quella delle società-aziende del mondo del pallone, ma non ho mai creduto, e mai crederó che questo sport sia in svendita. Scriveva Borges che “ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per strada, lì ricomincia la storia del calcio”, e questo mai si potrà comprare.

Tornando a parlare con i piedi un poco più per terra, sollevo una questione: posto che il calcio sia un'incredibile macchina da soldi, che in futuro possa diventare anche una macchina da consensi?

josephinesignorelli:

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Straordinario (senza censura su Twitter cercando @josignorelli_).

(via lagiuggiola)

thellcatswitchblade:

Prima che un testo vero e proprio nasca, per il fruitore quanto è stato scritto o detto rimane virtualizzato. L'oggetto testuale è attualizzato solo nel momento in cui ne viene costruita la coerenza e nel momento in cui l'enunciato viene interpretato, quando cioè attribuiamo un senso al testo, quando sveliamo l'universo sottostante al testo e di cui il testo ci fornisce la chiave di accesso. È come uno scrigno. Una volta attualizzato, il testo può essere colto come discorso.

Più nello specifico, quando leggiamo, passiamo da un'unità discorsiva all'altra, e nel farlo ci spostiamo da un'unità cognitiva e/o patemica X a uno stato Y. Leggere, in poche parole, innesca un processo timico dove oscilliamo tra l'euforia e la disforia, e ci immedesimiamo con gli attori del testo.

Leggere significa attualizzare il discorso, significa renderlo vivo, ed è proprio il lettore ad essere cruciale nel dar vita ad un testo, nel renderlo realizzabile.

Quando leggiamo, implicitamente, ci assumiamo la responsabilità di plasmare l'oggetto testuale. Quando leggiamo ci rendiamo cioè prolungamento dell'autore, ne autorizziamo la voce, motivo per cui non dobbiamo mai esercitare violenza sul testo, rivestendolo di significati non suoi. Anzi, il testo letterario, a differenza di altre forme di discorso quali ad esempio il testo giornalistico, contiene al suo interno la propria chiave di lettura, il proprio ‘codice semantico’: in questo modo, una volta attualizzato dal lettore e separato dal suo autore, il testo diviene immediatamente leggibile.

La letteratura cela una duplice tensione: nei confronti della lingua - ovvero nella difficoltà di rendere un testo euritmico e di coglierne il battito cardiaco, là negli spazi tra le parole; e nei confronti della cultura - in quanto essa si erge a luogo per eccellenza per preservare la memoria collettiva ed è inoltre il mezzo preferenziale per la trasmissione della cultura.

Il carburante dell'essere umano è infatti insito nella sua capacità di narrare, di istituire universi finzionali, di evadere - tramite le storie - dalla realtà. Persino quando sogniamo, quando ci rifugiamo nell'Altrove, stiamo inconsciamente assumendo carattere divino: stiamo fornendo linfa vitale ad un organismo immaginario, immaginato da noi. Creiamo come un Dio. Quando fantastichiamo, lo stesso.

Raccontare ci aiuta ad immaginare ipotetici scenari, a testare le nostre condotte, a scongiurare gli spiriti - tramite la formula magica della Parola - a sdoganare i taboo, a liberarci dei timori ancestrali e a razionalizzare il perturbante. Racconto e immaginazione sono strettamente legati e sono il meccanismo che rende possibile concretizzare i nostri concetti. Al pari di un'idea, il racconto è potenzialmente infinito, le combinazioni delle parole che lo costituiscono sterminate, ma a differenza del pensiero il racconto non è fugace. Esso è la trasposizione di un attimo reso eterno. È la centrale elettrica della parodia dell'esistenza. È il punto fondamentale del dislivello tra l'imperfezione e la perfezione. È l'atto attraverso il quale digeriamo la quotidianità.

Grazie alla letteratura non ci cristallizziamo: dalla crisalide ci facciamo farfalla, e voliamo in cosmi ideali e antichissimi.

(via papesatan)

La verità? La verità é che io non so mantenere le promesse. Uno ci prova a vivere, ma si ritrova sempre incastrato tra il sogno pessoano e il pensiero della vita; non riesco, semplicemente, a scollarmi la scrittura di dosso, come fosse il vizio del fumo. Che, in effetti, son sempre stato debole alle dipendenze, e tanto più a quelle psicologiche che a quelle fisiologiche. Pensandoci, credo derivi da queste debolezze la mia gracile sensibilità. Sono in metro e non riesco a non pensare alle persone che vedo. Mi sento cattivo, subdolo, ma non posso non domandarmi con quale coraggio, con quale forza di volontà si trascinino avanti in quell'ammasso aggrovigliato di eventi che chiamiamo vita. E la risposta più ovvia sarebbe che il fine della vita sia non pensare. Non troppo, quantomeno. Il giusto che basta per perpetrare la tua banale esistenza fatta di cibo congelato, scopate e social media. Il tutto condito con l'illusione di avere delle proprie opinioni e di possedere la verità sul palmo della mano. Giustamente. Ed il fulcro di questa filippica é semplicemente quello di insultare me stesso. Dostoevskiano, forse. Non per questo meno vero. Tutt'al più un po’ romanzato. Ebbene, signori, io sono una persona malata, scriveva. Mi pare quasi di sentirlo, il fantomatico dolore al fegato.

Linee di sabbia e di maree, vi cammino in parallelo, nella foschia delle luci dei semafori di notte; onde cristalline che trascinano coralli morti, iride verde puntigliato di stelle, é il cielo che non vedo, filo rosso che lega vite brancolanti nel buio di una notte senza fine, in cui pallide fiamme sopite si aggirano senza meta, lingue di luce che sia allungano sulle ore tristi della Terra: così poche, così brevi. Non sapere da dove si arrivi. Dimentico dell'orrore, silenzioso, si muove il Dio tra gli uomini - senza più preghiere da ascoltare, senza più miracoli da compiere - nella polvere rossa che si alza tra un arrugginito futuro ed un passato senza importanza. Dannato sia lo spazio, maledetto il tempo. Lugubri si alzano i lamenti dei fantasmi nel retro della mia testa. Perché io sono la furia della solitudine. Perché io sono i cori dei santi, i cori del vento. I cori del nulla.

madamanxiety:

“Wow you’re so mature for your age”

Thanks, it was the trauma

(via alcolicesimoh)